MEMORIA STORICA E ANTROPOLOGIE MARZIANE
di Francesca Franco

150 anni, un secolo e mezzo. Tanto è il tempo trascorso dall’Unità d’Italia. E 180 da quel Risorgimento, che ha senz’altro rappresentato un momento di valore
indiscutibile della nostra storia patria, portando alla nascita di un’Italia unita, libera, indipendente e sovrana. O quasi. E sì, perché dalla lotta al brigantaggio alla
legge sul federalismo fi scale, la Penisola continua ad agitarsi tra questione meridionale e settentrionale. La libertà - non tanto di pensiero quanto di fare quel che
più aggrada anche a discapito dei più – rimane saldamente facoltà di pochi, sempre gli stessi: i più furbi o i più violenti. Ben radicato nelle coscienze ipnotizzate
di fedeli di comodo, lo Stato (estero) Vaticano continua a sovrintendere alla nostra politica interna, ai ribaltoni e ai compromessi dei giochi di potere, tanto
che sarebbe da chiedersi chi dei due occupi indebitamente il territorio dell’altro. E infi ne, si può parlare di sovranità popolare in una collettività censita in audience, abbandonata ai peggiori da uno Stato troppo impegnato a restare (o andare) al potere per essere
“sociale”? Dal libro di Gigi Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento, a quello di Renzo Del Carria, Proletari senza rivoluzione. Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950, fino a Noi credevamo di Anna Banti, da cui Mario Martone ha preso il titolo del suo ultimo film, il valore del Risorgimento è stato più volte messo in discussione. «Abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani», aveva commentato a suo tempo Massimo D’Azeglio,
intravedendo i limiti della riunifi cazione. E a lui fa ora eco la contessa di Belgiojoso, che nelle battute finali del film sigla: «L’albero è stato piantato ma le sue radici sono malate». Vero? Falso? O forse si tratta dei soliti quattro traffi canti, sempre pronti a confondere e a comprare, a corrompere e a strumentalizzare, per
meglio gestire le economie proprie e le vite degli altri? Tanto, chi sono gli “altri”? Esistono al di là dell’uso che posso farne?

Sulle tracce di questa Storia controversa sembra mettersi Lapo Simeoni, alla ricerca della Verità o almeno di un senso nascosto tra le pieghe intirizzite di monumenti magniloquenti e invisibili. Il ciclo Piazze Italiane – l’ultimo in ordine di tempo realizzato - assomiglia molto a un reportage, teso a riscoprire fatti e
personaggi troppo noti per essere ancora sviscerati. O forse no? L’indagine di Simeoni si muove con la libertà random che offre internet all’interno del nostro
comune trapassato prossimo, trattenuto saldamente (almeno lì) dalle forme codifi cate della scultura, riaprendo l’annosa questione sulla morte della statuaria, come denunciava nel 1945 Arturo Martini, o piuttosto sulla fi ne del monumento come linguaggio capace di comunicare all’inconscio collettivo. La parola stessa,
monumento, viene dal verbo latino monere, che significa “portare, ricordare”, nel senso che quelle effigi eternate in materiali resistenti al tempo erano latrici
di idee e valori da trasmettere alle generazioni future,perché emblematiche dell’identità e del senso di appartenenza della comunità. Da qui i monumenti commissionati dallo Stato italiano, per educare il popolo all’amor patrio e alla conoscenza condivisa di nomi e fatti: dagli eroi del Risorgimento ai militi ignoti morti in guerra. Parte della politica unitaria del neonato Governo fu fatta proprio con i bandi di concorso per i pubblici monumenti. In tempi in cui street e public art erano ancora al di là da venire, quelle opere erano chiamate a confrontarsi con la scala urbanistica di palcoscenici en plain air e i veloci cambiamenti del mondo circostante.

La riflessione di Simeoni sulla scultura inizia nel 2010 con il ciclo dedicato all’opera del friulano Ado Furlan (Pordenone 1905 - Udine 1971), che fu uno dei protagonisti della vita artisticoculturale dell’Italia del “ritorno all’ordine”, lavorando nei principali cantieri del regime: la Casa del Balilla, la Casa del Mutilato e la Casa del Fascio a Pordenone, il Foro Mussolini e l’E42 a Roma sotto la direzione dell’architetto Luigi Moretti. Primitivismo ed espressionismo romano, funzione architettonica e intimismo sono i caratteri declinati dalle sculture di Furlan, che Simeoni studia con lo spirito dell’antropologo e cita per frammenti: la plastica modellazione dell’Atleta pattinatore, incompleto come un reperto antico; l’intensità introspettiva di Bimbo caparbio, resa straniante
in un’altra opera con l’aggiunta di una scritta da cartellone pubblicitario rosso soviet, “Prossimamente”; o Bimbo della strada, che già nel titolo sembra
preannunciare la tematica pasoliniana dei ragazzi del sottoproletariato romano nell’immediato dopoguerra, se non fosse per l’iscrizione che ne cancella la fi sionomia, quasi si trattasse di un intervento pop di writing, frutto del degrado urbano delle contemporanee periferie. Più che guardiani del nostro presente quei
monumenti sembrano fantasmi di un tempo che fu.

E come parvenze allucinate e psichedeliche Simeoni li ripropone alla nostra dimenticanza, sfi gurati da una pittura stratifi cata e materica che egli modella o incide, tesa con pochi segni svirgolati a catturare di quelle sculture solo il movimento, per contrapporlo a un fondo insistentemente piatto e stirato, che a ben guardare sempre più assomiglia all’orizzonte del nostro presente. Un presente in cui “l’Italia s’è destra” (Mauro Papa), mentre la sinistra tentenna tra pensieri
fragili e ossequio alle idee dominanti, compromessi fasulli e lotte intestine. Scollata dalle proprie origini sociali e laiche - compromettenti di fronte all’autorità della Religione, perniciose alla Ragione del capitale - è incapace del coraggio della propria differenza. Incapace di realizzare un pensiero di ricerca, non solo
sulla verità della realtà umana, ma sul fallimento stesso dell’utopia comunista, sugli errori e i vicoli ciechi di un liberalismo sessantottino senza identità, finito nell’ideologia di piombo del ’77, disperso dal conformismo degli anni 80 e svaporato nella riorganizzazione capitalistica dei 90. Decenni che Simeoni richiama alla memoria nell’installazione Memoria di un castello Familiare composta da circa 400 cartoline inviate o ricevute dalla famiglia dell’artista dagli anni 50 a oggi.
Con questo materiale legato alla propria storia personale l’artista costruisce un’architettura fragile ed elegante, con cui sembra voler ricucire o intrecciare
legami d’affetto e ricordi, relazioni d’amicizia e vita quotidiana, che la freddezza o il calcolo potrebbero disperdere.

Andando avanti e indietro nel ciberspazio della rete, nei lavori realizzati tra il 2009 e il 2010 Simeoni compieuna sorta di cronistoria flash dell’Italia all’inizio del XXI
secolo, scoprendo il ruolo politico ed economico della paura nell’invariabilità immanente del potere; l’imbonimento mediatico di un servizio pubblico radiotelevisivo
ridotto a terra di favori e clientelismi. In una sorta di remix rewind partiamo allora dalle immagini del documentario di Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù, Il corpo delle donne, che nel 2009 denunciava la sistematica cancellazione dell’identità delle donne in Tv (ma il fenomeno è ben più ampio), rimpiazzata dalla rappresentazione grottesca, volgare e umiliante di una femminilità sempre in offerta speciale.

Tocchiamo gli scontri del novembre 2008 in piazza Navona a Roma, con il Blocco studentesco in assetto da guerriglia e armato di bastoni tricolori, che in nome del Popolo italiano irrompe in una manifestazione civile di professori e studenti contro la riforma Gelmini, con l’unico scopo di confondere e mettere in guardia i benpensanti sulle conseguenze di qualsiasi manifestazione popolare di dissenso contro precarie condizioni di vita e contro l’ordine costituito (Ultras, Fratelli d’Italia, 2009). Attraversiamo nel 2007 il fallimento dell’Alitalia fi nito sulle spalle dei contribuenti italiani, mentre la parte migliore della compagnia è
assegnata a un prezzo di favore a un nuovo consorzio di imprenditori. In altre parole una bancarotta fraudolenta compiuta sull’adagio yuppie “socializzare le perdite,
privatizzare i guadagni”, che Simeoni sintetizza in due dipinti incisi nel colore e dal titolo beffardo, Italian Breath e Last One (2009). Per arrivare alle rivelazioni
di Roberto Saviano sulla criminalità organizzata campana nel romanzo-cult Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra (2006), che attraverso la traduzione cinematografica firmata da Matteo Garrone nel 2008 dettano alla fantasia di Simeoni scene sospese in paesaggi di nulla, dove le figure sembrano in procinto di smaterializzarsi e le città di cemento armato esplodere di pigmento. E risaliamo infi ne nel tempo fi no al G8 di Genova del
2001, alla morte di Carlo Giuliani avvenuta durante le manifestazioni contro la politica neoliberista degli 8 maggiori paesi industrializzati, alla sciagurata irruzione
della polizia nella scuola Armando Diaz e alle violenze commesse nella caserma di Bolzaneto. Una delle pagine più nere nella storia della polizia italiana in tempo di democrazia, tanto da rievocare in molti commenti giornalistici l’eccidio ordinato nel 1898 dal generale Bava Beccaris contro la “protesta dello stomaco ” di un popolo disarmato.
Solo nel 2010, 9 anni dopo, la magistratura è riuscita a identificare e condannare le poche decine di responsabili dei fatti di Genova. E qui torniamo al problema annoso dei soliti 4 gatti, che vogliono fare andare male le cose, che vogliono disorientare o addormentare, impaurire o violentare. Quattro gatti che umanamente non valgono nulla. Umanamente sono meno di niente. Teniamolo a mente la prossima volta.